Pubblicità

Alan Grant, il detective creato da Josephine Tey

Tra i detective della Golden Age della letteratura poliziesca, Alan Grant occupa una posizione particolare. Creato dalla scrittrice scozzese Josephine Tey, è un ispettore di Scotland Yard che compare in sei dei suoi romanzi, dal 1929 al 1952.

Grant, però, non è il classico detective infallibile che sembra vivere esclusivamente per risolvere delitti. Dietro l’ispettore esiste un uomo con interessi, passioni, debolezze e una vita privata che Tey lascia emergere poco alla volta.

Un ispettore elegante e osservatore

Fisicamente, Alan Grant è un uomo dai capelli scuri, con i baffi alla Ronald Colman e una particolare cura nel vestire. È economicamente indipendente grazie a un’eredità e non ha difficoltà a essere generoso con chi ha bisogno del suo aiuto. Ama la poesia e si è cimentato occasionalmente nella scrittura, ma è anche appassionato di teatro, pesca, equitazione e golf.

Il suo carattere, tuttavia, emerge soprattutto dal modo in cui osserva gli altri. Grant possiede quello che Josephine Tey definisce il suo flair, una particolare capacità intuitiva di interpretare le persone e gli indizi. È un attento osservatore dei volti e dei comportamenti e spesso riesce a cogliere dettagli che agli altri sfuggono.

Il suo intuito non è però infallibile. A volte Grant rischia di essere vittima della propria intelligenza, costruendo interpretazioni troppo elaborate e arrivando vicino alla conclusione sbagliata. Nel primo romanzo della serie, Tra la folla, la sua brillantezza lo porta infatti quasi fuori strada.

È proprio questa possibilità di sbagliare a renderlo diverso dai cosiddetti “Grandi Detective” della Golden Age. Grant può essere aiutato dal caso, da un suggerimento o da un errore commesso dal criminale e non considera il proprio talento sufficiente per fare tutto da solo. Anche il rapporto con il sergente Williams è importante: Williams svolge il paziente lavoro di raccolta delle informazioni, mentre Grant utilizza il suo intuito per interpretarle e collegarle.

alan grant
Il personaggio di Alan Grant nella serie The Franchise Affair (1988), interpretato da John Vine
targa josephine tey
Targa dedicata a Josephine Tey
Craig Wallace / Josephine Tey blue plaque, Castle Street

Un detective interessato alle persone

Il modo di indagare di Grant riflette perfettamente la particolare concezione del giallo di Josephine Tey. Nei suoi romanzi, infatti, il mistero non consiste sempre semplicemente nello scoprire chi sia il colpevole. L’autrice è soprattutto interessata alla psicologia, alle motivazioni e alle identità dei suoi personaggi.

Grant è quindi un detective che cerca di capire le persone oltre ciò che mostrano. In La strana scomparsa di Leslie, per esempio, l’indagine finisce per concentrarsi non soltanto sulla scomparsa di Leslie Searle, ma sulla domanda di chi fosse veramente quell’uomo. Il mistero del delitto diventa così anche un mistero dell’identità.

Questa caratteristica raggiunge la sua espressione più celebre ne La figlia del tempo. Costretto a letto in ospedale a causa di una gamba ferita, Grant non può occuparsi di un normale caso di Scotland Yard e decide di dedicarsi a un mistero vecchio di secoli: la figura di Riccardo III e la sorte dei Principi nella Torre.

Attraverso libri, documenti e testimonianze, l’ispettore applica alla storia lo stesso metodo che utilizzerebbe in un’indagine criminale. Confronta le fonti, cerca contraddizioni e si rifiuta di accettare come vera una versione dei fatti soltanto perché è quella tradizionalmente conosciuta.
Il suo interesse viene inizialmente attirato anche dal ritratto di Riccardo III conservato alla National Gallery: il volto che Grant osserva gli sembra intelligente e compassionevole, molto diverso dall’immagine del sovrano crudele tramandata dalla tradizione. Ancora una volta, Grant parte da ciò che vede per mettere in discussione ciò che gli altri credono di sapere.

Alan Grant, l’uomo dietro l’ispettore

Alan Grant non è soltanto un investigatore brillante. Nei romanzi emergono anche la sua stanchezza, le sue fragilità e il bisogno, almeno occasionalmente, di allontanarsi dal lavoro.

È uno scapolo e sembra apprezzare la propria indipendenza. Ha avuto alcune possibilità sentimentali, tra cui quella con l’attrice Marta Hallard, ma il matrimonio non appare mai come qualcosa di cui senta realmente la mancanza. La sua vita privata rimane comunque in gran parte nell’ombra, lasciando al lettore molti interrogativi sull’uomo che esiste al di là dell’ispettore di Scotland Yard.

Questa dimensione diventa particolarmente evidente in Sabbie che cantano, l’ultimo romanzo della serie, pubblicato postumo nel 1952. Grant si allontana dal lavoro e raggiunge la Scozia per recuperare le proprie energie, ma anche lontano da Scotland Yard finisce per essere attirato da un mistero. La sua stanchezza fisica e mentale assume qui un’importanza maggiore e contribuisce a mostrare un personaggio più vulnerabile rispetto all’immagine dell’investigatore sicuro di sé.

Proprio questi aspetti hanno alimentato le interpretazioni sul rapporto tra Grant e la sua creatrice. Le somiglianze con Josephine Tey sono numerose: entrambi scozzesi, entrambi legati al teatro e interessati alla pesca e alle corse dei cavalli, entrambi non sposati e caratterizzati da una certa riservatezza. Per questo Grant è stato considerato anche una sorta di alter ego letterario dell’autrice.
Su questo punto, tuttavia, è necessario distinguere i dati documentati dalle ipotesi. L’idea che Grant possa essere una proiezione di alcuni aspetti della personalità di Tey è plausibile e trova diversi elementi a sostegno; altre interpretazioni più romantiche sulla sua origine appartengono invece al campo delle congetture.

Il mistero di Alan Grant

Alan Grant compare per la prima volta in Tra la folla, pubblicato nel 1929 con lo pseudonimo di Gordon Daviot, e torna negli anni successivi in È caduta una stella, Il livido sulla spalla, La strana scomparsa di Leslie, La figlia del tempo e Sabbie che cantano. Il suo ruolo cambia da un romanzo all’altro e proprio questa varietà impedisce che diventi un detective prevedibile, costretto a ripetere sempre lo stesso schema investigativo.

È forse questa la sua caratteristica più interessante. Grant possiede intuito, ma sa che l’intuito può ingannarlo; osserva attentamente le persone, ma non si considera infallibile; cerca le prove, ma è disposto a mettere in discussione le proprie convinzioni. Soprattutto, non si accontenta delle apparenze.
Nei suoi casi la verità può nascondersi dietro un volto, un’identità, un pregiudizio o persino una versione della storia accettata da secoli. E Grant continua a indagare proprio perché non considera mai una risposta definitiva finché non ha verificato ciò che si trova dietro di essa.

Forse è questo che rende Alan Grant così diverso da molti altri detective della Golden Age: non è l’uomo che possiede tutte le risposte, ma quello che continua a fare domande quando gli altri hanno già smesso di farle.

Ed è anche il motivo per cui, nei romanzi di Josephine Tey, il vero mistero non è sempre soltanto scoprire chi ha commesso un delitto. A volte è capire chi abbiamo davvero davanti.